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Maria Diletta Poti'

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Capitolo 1

-IL LINGUAGGIO-
Il linguaggio è la ''facoltà dell'uomo di comunicare ed esprimersi per mezzo di suoni articolati, organizzati in parole, atte a individuare immagini e a distinguere rapporti secondo convenzioni implicite, varie nel tempo e nello spazio'' (Dizionario della lingua italiana G. Devoto, G. Oli, 1995).
Il linguaggio umano assume specifiche caratteristiche non riscontrabili in altre forme comunicative e si articola in:
• Forma: è composto da un numero limitato di suoni che si succedono in ordine prevedibile che ne segnala il contenuto. Nel mondo si parlano diverse lingue, ognuna impiega un numero limitato di suoni rispetto a quelli che un essere umano potrebbe emettere, e non tutte le lingue utilizzano il medesimo gruppo di suoni. I suoni che compongono il linguaggio sono propriamente detti ''fonemi'' e rappresentano le più piccole differenze di suono che un uomo è in grado di distinguere ( ad es. i suoni d e t ).
• Contenuto: il linguaggio differisce dalla semplice comunicazione mediante segni in quanto possiede un contenuto emotivo rafforzato da mezzi differenti di comunicazione linguistica, quali il tono della voce, i gesti e la mimica facciale; in particolare nel linguaggio umano si individuano due ulteriori livelli strutturali:
1. Morfologia: la combinazione dei diversi fonemi per creare le parole;
2. Grammatica : insieme di regole che consente di combinare diverse parole per costruire le frasi.
• Uso: è un mezzo di comunicazione sociale di cui ci serviamo creativamente per molteplici scopi; è inoltre una forma di conoscenza e un mezzo per creare un senso di collettività (Garrett, 1990).
• Creatività: non può essere appreso semplicemente memorizzando e ripetendo un gran numero di frasi, bensì comprendendo le regole necessarie per creare espressioni che abbiano un significato: a partire da suoni e regole di combinazione, possiamo produrre un infinito numero di enunciati, frasi e discorsi. I modelli psicolinguistici di norma individuano tre fondamentali livelli di linguaggio:
1. livello fonologico riguardante i suoni che colui che parla deve comprendere e utilizzare per dare vita a parole e frasi.
2. livello semantico-lessicale in riferimento alla conoscenza del significato delle parole o alle informazioni che vengono espresse nelle frasi.
3. livello sintattico-grammaticale in rapporto con l'insieme di regole che si mettono in atto nel combinare le parole per ottenere delle frasi ( sintassi ) e le regole che caratterizzano le varie lingue ( grammatica ). Vi è ancora un ulteriore aspetto linguistico, meno considerato, ma di certo altrettanto importante: la prosodia. Per ''prosodia'' s'intende l'intonazione melodica della frase o il corretto funzionamento delle accentuazioni in modo da rendere esplicito il contesto situazionale in cui si svolge l'atto linguistico.
L'approccio cognitivo alla neuropsicologia del linguaggio ipotizza che le suddette componenti linguistiche (fonologica, sintattica, prosodica e semantica) siano organizzate in modo indipendente l'una dall'altra, ma non devono essere distinte in modo rigido, bensì considerate come sistemi strettamente correlati e interagenti tra loro durante il funzionamento (Làdavas, Sartori e Zago, 1999).

1.1. La comunicazione tra gli animali
Numerose ricerche hanno evidenziato che tutti gli animali delle stessa specie comunicano tra loro, seppur in forma elementare e rudimentale. Molti animali sono in grado di produrre numerosi suoni modulati, che vengono utilizzati differentemente in base all'emotività che s'intende attribuire alla vocalizzazione. Ad esempio un cane può abbaiare per svariati motivi ed il suo tono di vocalizzazione cambia a seconda della situazione in cui si trova.
Studi sul canto degli uccelli dimostrano la presenza di diversi ''dialetti'' nelle stesse specie, ubicate però in zone diverse, ciò indica che le specifiche note del canto vengono apprese al pari del linguaggio umano (Kandel,1994).
Secondo la teoria dell'informazione, una comunicazione tra animali deve avere le seguenti caratteristiche:
- informare i cospecifici riguardo le situazioni nell'ambiente circostante (attenzione!; lì si può nidificare etc...);
- annunciare e trasmettere sensazioni e aspetti emotivi ai partner;
- spingere il compagno ad assumere un comportamento specifico ( fuga, cura della prole etc...).
Gli stimoli comunicativi trasmessi assumono una funzione sociale e scatenano quel comportamento che Timbergen e Lorenz (1970) definiscono ''Innate Releasing Mechanism'' (IRM).
Il maggiore contributo allo studio del linguaggio umano è stato dato dagli studi compiuti in laboratorio e sul campo delle scimmie antropomorfe.
Negli anni 30' s'ipotizzava che gli scimpanzè, se fossero stati allevati come bambini, avrebbero potuto imparare a parlare; per tale ragione, William e Lorna Kellogg (1938), allevarono insieme al loro bambino un cucciolo di scimpanzé, Gua, che riuscì ad adottare molti comportamenti umani, ma non riuscì mai a parlare.
Negli anni 50' i coniugi Keith e Cathy Hayes allevarono a casa loro uno scimpanzè, Vicky, a cui insegnarono delle parole vere e proprie. La scimmia, dopo una fase molto difficoltosa, alla fine riuscì ad emettere suoni semplici come ''mama'',''papa'',''cup'', ma null'altro.
Alla fine degli anni 60' si ebbe la conferma che l'apparato vocale dello scimpanzé non è in grado di riprodurre la gamma di suoni emessa dall'uomo. Restava tuttavia non ancora verificata l'ipotesi che gli scimpanzé si potessero esprimere con un linguaggio differente da quello vocale. Allen e Beatrice Gardner (1969) insegnarono ad uno scimpanzé femmina Washoe ad utilizzare i segni dell'American Sign Language,cioè il linguaggio usato dai sordomuti americani. Dopo due anni di addestramento Washoe riuscì ad acquisire un vocabolario di 160 parole, mentre un bambino sordomuto di quattro anni conosce già più di tremila parole. Da ciò emerge che uno scimpanzé è in grado di acquisire dopo un lungo addestramento un vocabolario di parole, ma è eccessivamente ridotto.
In seguito, nel 1976, David Premack, insegnò ad uno scimpanzé che chiamò Sarah a comunicare mediante una serie di fiches di plastica su cui c'erano impressi diversi simboli allo scopo di comprendere se gli scimpanzé riuscivano a capire i rapporti causali tra cose ed azioni.
Insegnò a Sarah ad interpretare i comandi incisi sulle fiches e ad utilizzare le fiches per formulare delle frasi. Sarah imparò il concetto di negazione, somiglianza e differenza, frasi composte, affermazioni come ''se.....allora'' e a porre domande. Fu inoltre capace, nell'80 % delle prove a stabilire i rapporti di causa-effetto che legano gli eventi fisici sapendo scegliere, ad esempio, il coltello come causa della trasformazione di una mela intera in una mela tagliata a fette.
Sulla base dei suddetti studi, è possibile affermare che le scimmie hanno capacità cognitive elevate, come il concetto di causalità, ma non sono in grado di esprimersi verbalmente (Mayeux e Kandel, 1994).

1.2. Origini ed evoluzione del linguaggio
La paleontologa Marjorie LeMay (1976) compì degli studi su reperti umani e fossili e affermò che le strutture cerebrali indispensabili per il linguaggio si sono sviluppate molto precocemente nella storia evolutiva dell'uomo. Nella maggior parte dei soggetti umani l'emisfero dominante per il linguaggio è quello sinistro. Più precisamente, i centri del linguaggio si situano nei lobi frontale e temporale (il planum temporale) che sono più sviluppati nell'emisfero sinistro piuttosto che nel destro. Poiché i principali giri e solchi lasciano un'impronta sul cranio, tramite l'analisi dei calchi sulla superficie endocranica, la LeMay ha trovato asimmetrie morfologiche associate al linguaggio tanto nell'Uomo moderno, quanto nell'Uomo di Neanderthal (30.000- 50.000 anni fa) ed anche nell'Uomo di Pechino (300.000-500.000 anni fa). Tuttavia non è possibile sostenere se la presenza delle asimmetrie cerebrali morfologiche siano dovute al linguaggio o ad altre forme comunicative. Benché le asimmetrie riscontrate si possano far risalire a 500.000 anni fa, molti linguisti asseriscono che il linguaggio umano si sia sviluppato non prima di 100.000 anni fa, che si sarebbe sviluppato in un'unica volta, in forma ancestrale probabilmente in Africa; ciò è indicativo del fatto che tutti i linguaggi umani hanno in comune alcune caratteristiche.
In un secondo momento gli spostamenti delle colonie umane e l'isolamento geografico avrebbero favorito lo sviluppo di linguaggi differenti (Mayeux e Kandel, 1994).
Sull'origine del linguaggio sono state avanzate due teorie: ''Gestuale'' e '' Vocale''.
Secondo i teorici gestuali il linguaggio si è evoluto da un sistema di gesti che iniziò a manifestarsi quando un gruppo di scimmie raggiunse la posizione eretta ed utilizzò le mani per forme di comunicazione sociale; in seguito insorse la comunicazione vocale lasciando libere le mani per altri utilizzi.
Per i teorici vocali, invece, il linguaggio si è originato da un sistema di grida istintive deputate ad esprimere stati emozionali come disperazione, gioia, eccitamento sessuale etc... Circa 100.000 anni fa ci potrebbe essere stata una mutazione a carico della bocca, della mandibola e delle corde vocali tale produrre una vocalizzazione di suoni che avevano un significato ben preciso. Quindi, secondo questa ipotesi, è da allora che si inizia ad associare suoni con significato ben preciso.
In seguito gli studiosi hanno cercato di scoprire se la capacità linguistica sia una facoltà innata o acquisita. Studi sulla localizzazione anatomica e sullo sviluppo del linguaggio nei bambini asseriscono che il linguaggio, pur necessitando dell'apprendimento, sia un processo prevalentemente innato. Nei bambini lo sviluppo del linguaggio segue degli stadi ben precisi; s'inizia con la lallazione, segue un discorso composto da una singola parola, un discorso con due parole associate tra loro, fino ad arrivare alla formulazione di un discorso complesso. I suddetti stadi avvengono nei bambini mediamente alla stessa età indipendentemente dalla cultura di appartenenza. Linguisti e psicologi affermano che i meccanismi evolutivi degli aspetti linguistici siano universali e determinati dallo sviluppo del sistema nervoso.

1.3. Principali teorie linguistiche
Diversi studiosi hanno studiato il linguaggio e le sue origini. Secondo Skinner (1957), i bambini acquisiscono il linguaggio perché gli adulti ne rinforzano l'uso corretto; il bambino viene rinforzato positivamente quando emette correttamente le parole, al contrario, quando utilizza parole errate, viene rinforzato negativamente.
Bandura (1971), invece, asserisce che il bambino impara a parlare imitando l'adulto, con ciò attribuisce un ruolo predominante all'imitazione nell'apprendimento del linguaggio; i bambini che hanno madri particolarmente loquaci hanno un vocabolario più ricco rispetto a bambini con madri più taciturne.
Altri autori hanno preferito mettere in rilievo le proprietà universali del linguaggio.
Tra questi Naom Chomsky (1965), illustre e famoso linguista. Ritiene che il rapporto tra suoni e significati non sia una semplice associazione, bensì un legame assicurato dalle regole grammaticali. Egli fa una distinzione tra struttura profonda e struttura superficiale del linguaggio.
L'uomo, secondo Chomsky, possiede un dispositivo per l'acquisizione del linguaggio (LAD), un meccanismo innato senza il quale il linguaggio non potrebbe svilupparsi; il LAD è strutturato in modo da percepire la regolarità nelle espressioni udite, generare ipotesi su di esse e permettere di apprendere qualsiasi linguaggio. Asserisce che nell'Uomo esiste una sorta di programma innato che lo assiste nel corso dello sviluppo linguistico, egli pensa che i bambini imparano a parlare confrontando il linguaggio che sentono quotidianamente, con un sistema di regole grammaticali determinate geneticamente che lo stesso Chomsky chiama grammatica generativa.
Alcuni psicologi hanno criticato l'esistenza di un LAD innato e lo stesso Chomsky, in seguito, ha modificato la sua concezione di grammatica trasformazionale (con regole) ed ha proposto una teoria dei principi e dei parametri che si fonda sul principio che non esistono solo una struttura di fondo ed una di superficie, ma anche una serie di processi che devono aver luogo affinché il bambino possa acquisire le espressioni grammaticali. Dopo la riformulazione della teoria, Chomsky considera ancora il linguaggio un'abilità innata, ma attribuisce maggior importanza al ruolo dei meccanismi psicologici di apprendimento della struttura grammaticale che esistono in tutte le lingue ed in tutte le culture.
Naom Chomsky criticò Skinner asserendo che la sua teoria fosse troppo semplicistica perché permetteva di spiegare solo l'acquisizione di alcune parole e frasi, ma non teneva conto del fatto che un individuo (bambino) parlante possa produrre un numero infinito di frasi senza averle apprese precedentemente, sia di riconoscere se una frase ascoltata è grammaticalmente corretta (Mecacci, 1992).
Come precedentemente detto, Chomsky ed i suoi seguaci pensano che il bambino sin dalla nascita conosca delle regole fondamentali del linguaggio; tuttavia, alcuni teorici come Piaget e la Scuola di pensiero interazionista pensano che il linguaggio infantile si origini dalle cognizioni prelinguistiche del bambino.

1.3.1. L'istinto del linguaggio
Moro, M.C. Musso, C. Weiller e C. Buchel (2003) hanno condotto uno studio da cui emerge che le regole del linguaggio sono istintive ed occupano una precisa area cerebrale. Il linguaggio si impara per istinto, obbedendo alle regole dettate dalla biologia. L'area di Broca è l'area cerebrale nella quale nasce la grammatica.
Questa scoperta è la prima dimostrazione biologica dell'esistenza di una struttura che organizza la cosiddetta Grammatica Universale ipotizzata dal linguista Noam Chomsky.
La ricerca è stata condotta da un'equipe italo-tedesca di neurologi e linguisti dell'Università San Raffaele di Milano, dell'Università di Amburgo e dell'Università di Jena.
I partecipanti all'esperimento erano due gruppi di volontari tedeschi, alle prese con l'apprendimento di frasi italiane e giapponesi, alcune delle quali corrette, altre invece con regole grammaticali inesistenti e impossibili.
Osservando l'Area di Broca mediante tecniche di neuroimmagine si è potuto appurare che la suddetta area si attivava solo quando i volontari imparavano frasi basate su regole grammaticali vere. Quando invece le frasi erano costruite su regole impossibili, l'area di Broca restava spenta, ed entravano in gioco, altre aree del cervello, senza un preciso ordine.
La verifica è avvenuta insegnando delle regole grammaticali a dei soggetti tedeschi, privi di qualsiasi familiarità con l'italiano e con il giapponese.
Tra le regole autentiche venivano inserite anche delle regole linguisticamente impossibili, ma semplici. Le frasi si susseguivano sullo schermo di un computer mentre i soggetti leggevano alcune frasi posti all'interno dell'apparecchiatura di risonanza magnetica. Essi dovevano dire se la regola veniva rispettata o meno.
Per esempio,tra le regole possibili, fu detto ai soggetti che, per fare una frase in italiano non è necessario esprimere il soggetto come in ''leggo molti bei libri''; invece, come regola impossibile imparavano che la negazione andava messa sempre esattamente dopo la terza parola; per negare la frase precedente dovevano dire ''leggo molti bei non libri''. Tale regola è ''impossibile'' perché in nessuna lingua del mondo la negazione occupa un posto fisso nella sequenza delle parole.
Procedure analoghe sono state applicate al giapponese, lingua ancora più dissimile dal tedesco di quanto non sia l'italiano.
Il risultato è stato che solo quando i soggetti apprendevano le regole possibili si attivava l' area di Broca.

1.4. Basi anatomiche delle aree deputate al linguaggio
Le aree cerebrali deputate alla produzione e alla comprensione del linguaggio sono: l'area di Broca e l'area di Wernicke.

1.4.1. La produzione del linguaggio: Area di Broca
Nel 1861, un grande neurologo francese, Paul Broca, riaprì la questione della localizzazione nel contesto della neurologia del linguaggio imbattendosi in un paziente con un insolito difetto di linguaggio. Questo paziente era davvero molto interessante perché non era semplicemente affetto da un problema motorio del linguaggio: era in grado di fischiare e di cantare brevi brani di canzoni, ma non poteva articolare il linguaggio. E non era solo un problema di eloquio, poiché non poteva neanche più scrivere. Aveva completamente perso la facoltà di esprimersi con il linguaggio, nonostante fosse rimasto capace di comprenderlo.
Quando questo paziente morì e fu sottoposto ad autopsia, Broca scoprì qualcosa di molto interessante: questo paziente aveva una lesione nel lobo frontale sinistro.
In seguito Broca studiò altri sette pazienti con un difetto simile: tutti avevano difficoltà a esprimersi con il linguaggio, benchè lo comprendessero perfettamente.
Al loro decesso, l'autopsia dimostrò che ciascuno di essi presentava la stessa identica lesione; e che in ciascuno di essi la lesione era localizzata nell'emisfero sinistro del cervello. Successivamente l'area scoperta da Broca venne denominata ''area di Broca'' (Fig.1.2); essa è situata nel lobo frontale della corteccia cerebrale e contiene le memorie motorie necessarie per la produzione del linguaggio.
L'articolazione motoria delle parole richiede anche il coinvolgimento dell'area supplementare motoria della corteccia cerebrale e di strutture sottocorticali motorie extrapiramidali (gangli della base, cervelletto).

1.4.2. La comprensione del linguaggio: Area di Wernicke
Qualche anno più tardi un neurologo tedesco, Karl Wernicke (1874), descrisse un paziente con problemi linguistici che presentava una lesione dell'area parieto­temporale, proprio dove il lobo parietale incontra quello temporale. Questo paziente aveva un difetto di linguaggio diverso da quello di Broca: i pazienti di Broca capivano, ma non riuscivano a esprimersi.
Questo paziente, invece, era in grado di esprimersi, ma non capiva il linguaggio e ciò portava il paziente a produrre un linguaggio privo di significato
Al momento dell'autopsia, Wernicke scoprì due cose interessanti: prima di tutto la lesione si trovava ancora una volta nell'emisfero sinistro, a livello del lobo parieto­temporale.
Successivamente questa zona fu denominata ''Area di Wernicke'' (Fig.1.2) che è situata nel lobo temporale (regione posteriore-superiore) della corteccia cerebrale e contiene le memorie uditive necessarie per la comprensione del linguaggio ascoltato.